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PATOLOGIE CRONICHE: INCIDENZA E COME FARE PER MIGLIORARE LA VITA DEI PAZIENTI

Patologie croniche e acute: differenze

Quando si pensa alle malattie e alle terapie per affrontarle, ci si riferisce ad una serie di disturbi che possiamo, per semplicità, suddividere in due grandi categorie: acute e croniche. Le differenze principali si ritrovano nella durata delle manifestazioni e nella possibilità di poterle risolverle:

  • le patologie croniche si caratterizzano per provocare disturbi ai pazienti ogni giorno, con speranze scarse o nulle di potersene liberare definitivamente.

  • per le patologie acute, invece, parliamo di un’insorgenza rapida e di relativamente breve durata dovuta in genere ad una causa diretta; un esempio può essere un rinovirus (causa diretta) che provoca il raffreddore o un Escherichia coli che causa una cistite.

I pazienti affetti da patologie croniche (indipendentemente dalla parte del corpo interessata) devono comprendere in modo chiaro che il loro disturbo (a prescindere da quanto fastidiosi e manifesti possano essere i sintomi) molto probabilmente li accompagnerà per tutta la vita: le terapie che verranno instaurate avranno l’obiettivo di regolare e ridurre l’impatto di tali disturbi, a differenza delle terapie per patologie acute, che mirano invece ad eliminare e risolvere la problematica creatasi.

Patologie croniche: quanto sono frequenti?

L’incidenza delle patologie croniche è, ad oggi, ancora molto elevata: riguardano diversi apparati del corpo umano, dalla sfera cardiovascolare (ancora la principale area di interesse), a quella respiratoria, gastrointestinale, dermatologica, psichica e scheletrica, insomma, si tratta di sindromi che possono riguardare davvero tutto il corpo.

Se analizziamo i dati di vendita dei farmaci di una farmacia, possiamo notare come la grande maggioranza di essi appartiene ad una delle categorie terapeutiche destinate a trattare disturbi cronici: un problema enormemente diffuso che richiede un’ attenzione continua e costante da parte di tutti gli attori del sistema salute.E dunque quale può essere la parola chiave che caratterizza le patologie croniche? Forse potrebbe essere proprio CONTINUITÀ, parola che si applica a tutto quanto, a partire dalle affezioni a carico del paziente fino ad arrivare alle terapie.

Seguire prescrizioni e controlli

Uno dei principali problemi contro cui da sempre si scontra l’intero sistema sanitario territoriale è quello della cosiddetta “compliance”: con questo termine si vuole indicare la capacità dei pazienti di seguire correttamente le prescrizioni e sottoporsi con regolarità ai controlli previsti. Storicamente, uno dei principali ostacoli al successo delle terapie è sempre stata proprio la scarsa compliance, soprattutto nel lungo periodo, in particolare per pazienti con pluri-patologie e/o per pazienti affetti da malattie che non comportano sintomi eccessivamente pesanti da dover sopportare.

In quest’ottica, un elemento fondamentale da sviluppare è quello della consapevolezza e della conoscenza: creare cultura sanitaria significa incrementare la piena coscienza da parte del cittadino su ciò che sta facendo, sulla malattia da cui è affetto e sull’importanza di seguire in modo corretto e continuativo le prescrizioni. Può apparire banale e scontato, ma non lo è affatto: un individuo adeguatamente informato sulle sue condizioni di salute, su quanta importanza abbia il prendersi cura di sé, su come e perché agiscono i farmaci prescrittie sul perché tali terapie debbano essere mantenute senza interruzioni, potrà più facilmente seguire le indicazioni del personale sanitario, rispetto a chi non riceve informazioni e attenzioni, tuttavia non sempre è sufficiente.

Verrebbe da chiedersi: ma come è possibile che ancora oggi ci si scontri con questa realtà, in pieno ventunesimo secolo, nell’era dell’informazione disponibile sempre e ovunque alla TV o sui giornali, nell’era degli smartphone che possono fornire tutte le risposte, nell’era degli strumenti che possiamo portare al polso e ci possono dire tutto o quasi di come stiamo?

In primo luogo è essenziale sottolineare che statisticamente le patologie croniche colpiscono in prevalenza individui meno giovani, tendendo magari  a sommarsi tra loro, creando un quadro pluripatologico che può richiedere un indirizzo terapeutico tutt’altro che semplice. Inoltre, la tendenza da parte dei medici di base è quella di rilasciare ai pazienti prescrizioni che coprano un periodo di tempo più lungo possibile, evitando in tal modo di dover rivedere con troppa frequenza le persone solo per poter fornire loro le prescrizioni per terapie continuative. Da ultimo, le ristrettezze economiche in cui versa il nostro servizio sanitario nazionale non consentono ai pazienti di essere monitorati con frequenza.

Aumentare la compliance 

È chiaro che questo è un discorso assolutamente generale e non sempre si creano queste difficoltà: molti pazienti sono seguiti molto bene, sia dai medici di base, sia dai caregiver (parenti o personale addetto), sia da un punto di vista terapeutico che di indagini e controlli. Ma quando questo non accade? Cosa si potrebbe fare? In che modo si potrebbe provare ad integrare tutti gli attori del sistema sanitario per prendersi cura dei pazienti e creare un vero e proprio programma di cosiddetto “follow-up”?

Ricordiamo brevemente quali sono gli elementi principali su cui focalizzarsi:

·         INFORMAZIONE DEL PAZIENTE

·         ADERENZA TERAPEUTICA

·         VERIFICA DELL’EFFICACIA DELLA TERAPIA

Abbiamo detto che un paziente informato più probabilmente seguirà le indicazioni ricevute; questo discorso va ovviamente esteso a coloro che supportano il paziente stesso e di esso si prendono cura. Un elemento assolutamente fondamentale da sottolineare è il concetto della CONTINUITA’: la terapia non deve essere interrotta autonomamente anche se i controlli periodici forniranno un quadro migliorato e dei parametri tornati nella norma. Monitorare un paziente con regolarità non serve per decidere se e quando sospendere la terapia: il riscontro di parametri tornati nella norma (pressione arteriosa, colesterolo, glicemia, battito cardiaco, ….ecc…) non fa altro che confermare la bontà e l’efficacia della terapia intrapresa, perché quei parametri sono il risultato, e la conferma, dell’efficacia della terapia stessa! Questo concetto può sembrare banale ma non lo è.

Resta lo scoglio più ostico: come verificare l’aderenza terapeutica? Come verificare la compliance del paziente? Con gli strumenti odierni e con i protocolli in essere, è sostanzialmente impossibile. Certamente il medico di base può verificare se un paziente si è presentato a richiedere le prescrizioni….ma considerando che i farmaci possono essere acquistati in diverse farmacie, senza il benchè minimo vincolo a recarsi sempre nello stesso posto, considerando che ogni farmacia può analizzare lo storico degli acquisti solo della propria farmacia, e tenendo presente che non è affatto scontato che un paziente che ritira, tutte assieme, tre-quattro scatole di un medicinale si ricordi di assumerlo con regolarità, ad oggi un reale sistema di controllo può essere condotto solo da chi si occupa dei pazienti nelle loro abitazioni.

E allora, cosa si può provare a fare? Si può fare qualcosa?

Una possibile idea potrebbe essere quella di creare dei piani terapeutici che prevedano consegne programmate dei farmaci con cadenze mensili, per un periodo di tempo non superiore ad un anno, con indicazione a recarsi in centri accreditati e convenzionati (tra cui potrebbero benissimo rientrare in ottica futura anche le farmacie nella loro veste di “farmacia dei servizi”) con frequenza trimestrale/semestrale per monitorare l’efficacia terapeutica e fornire al medico uno strumento per confermare o modificare la terapia in atto. In questo modo, ogni paziente, a meno di significativi cambiamenti nei parametri analizzati, si recherebbe dal medico una volta l’anno per ricevere un piano terapeutico, che potrebbe essere messo in rete in siti web dedicati, sviluppati sulla falsariga di quanto avviene da quasi un ventennio con i presidi per l’assistenza integrativa (ausilii per incontinenza, per monitoraggio del diabete, per il trattamento delle stomie, ecc….); tali piani terapeutici, presenti nel fascicolo sanitario di ogni paziente, aggiornati dopo ogni consegna di farmaco, potrebbero essere visibili da tutte le farmacie, e conseguentemente potrebbero consentire di allertare il medico di base in merito a eventuali ritardi nel ritiro o addirittura in caso di mancati ritiri. Nella stessa maniera, eventuali verifiche strumentali periodiche, effettuabili anche nelle “farmacie dei servizi”, potrebbero venire anch’esse riversate nel fascicolo sanitario e comunicate tempestivamente al medico di base e/o allo specialista di riferimento. Questa potrebbe essere la reale presa in carico del paziente cronicodi cui si sta parlando già da alcuni anni, al momento però non ancora in atto per mancanza di programmi finalizzati a tale scopo.

Potrebbe funzionare? Difficile dirlo, certamente costituirebbe un passo avanti per unificare gli sforzi e le potenzialità di tutte le strutture sanitarie operanti sul territorio, allo scopo di mettere al centro il paziente, ed in particolare il paziente affetto da patologie croniche.


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